GHEALDAN al’THOR
Fu al tempo del padre di mio nonno che successe. Egli non raccontò mai cosa accadde realmente, ma lo spadone gith ne è una testimonianza, allo stesso modo in cui lo sono persino io.
So solo che egli salvò un gith, combattendo al suo fianco. Erano feriti entrambi, ed il mio avo, al culmine della battaglia, vide il gith cadere. Incurante dei nemici, lo aiutò a rialzarsi. Lo schiocco delle mani che si afferravano a vicenda riecheggia ancora adesso, come se fossi stato lì a udirlo.
E le ferite che entrambi avevano sulle mani e sulle braccia fecero sì che il loro sangue si mescolasse.
Il gith non ebbe più contatti con noi, ma scelse di donare al mio avo il suo spadone, in segno di gratitudine. Non abbiamo mai visto altri gith nel corso degli anni, ma a volte si poteva scorgere un’ombra vigile ai margini del campo visivo, quando qualcuno della nostra famiglia era in pericolo.
Quel sangue entrato nelle vene del mio avo rimase latente… a lungo… finché la mia famiglia non si incrociò con gli elfi… finché Shae Loraliss, mia madre, conobbe mio padre, Tam al’Thor.
Quando nacqui mi crebbero per amare le bellezze del mondo, per cantare della gioia della vita, per testimoniare la gloria del mattino e la malinconia del tramonto. Ma il mio sangue, la mia mente stessa, erano diversi. L’unione del sangue elfico, umano e gith nelle mie vene portò la mia mente ad espandersi sempre più… finché da ragazzo capii che ero una creatura molto diversa da quello che ci si aspettava da un normale figlio… la mia mente faceva “accadere le cose”… la mia volontà si imponeva sulla realtà e sulle persone, spesso con effetti orribili…
Non me la sento ancora di parlare di ciò che mi allontanò dalla mia famiglia e dal mio villaggio, ma la cara Distreen ancora piange per ciò che le ho fatto… e non lo ha mai raccontato a nessuno… Distreen, povera, dolce ragazza innamorata… non camminerà mai più per causa mia… nessun figlio allieterà i suoi pomeriggi d’estate.
Solo una vita distesa in quel letto la attende, incapace di muovere alcun muscolo al di là delle palpebre.
Una vita che, prego la misericordia, non sia lunga, anche se il mio cuore vorrebbe saperla felice e viva per sempre.
Dopo quel giorno presi lo spadone di famiglia e mi allontanai.
Per anni la mia fu la vita del fuorilegge, di colui che ruba per sopravvivere, e che delle sue capacità non fa altro uso che strappare al destino un altro giorno con lo stomaco non troppo vuoto.
Ma un giorno successe l’inevitabile.
Il mio spadone era potente… a posteriori, troppo per me, inesperto com’ero. Mescolato ai poteri della mia mente, maneggiavo un potere che non ero in grado di valutare.
E così uccisi.
Non volevo, ma la nostra volontà è succube della nostra ignoranza.
Dalla cresta rocciosa su cui ci trovavamo, lo strapiombo appariva senza fondo, e quel povero mercante che aveva provato a reagire mi guardava con orrore mentre, stupito io quanto lui, estraevo l’arma insanguinata dalle sue viscere pulsanti.
Urlai per l’orrore di quello che avevo fatto, credo. Ed arretrai… un passo dopo l’altro, come per un senso del rifiuto nei confronti dell’atrocità che avevo commesso.
Un passo indietro.
Un altro.
Le mani che tremano.
La mente che si rifiuta di credere al crimine commesso.
Ancora un passo indietro.
L’ultimo.
E poi il vuoto.
Le mie urla. Quelle del mercante. Quelle del vento gelido.
Un tutt’uno colmo di orrore ed angoscia.
Quando mi risvegliai lui era lì, e la mia spada era spezzata per colpa dell’impatto col terreno.
Non seppi mai il suo nome. Ma il suo volto gentile lo ricorderò per sempre. Portava le insegne di Ilmater, ed aveva un sorriso colmo di compassione per me.
Mi aveva curato, ma non potevo muovermi. Forse infine mi era toccato lo stesso destino che avevo inflitto involontariamente a Distreen?
No.
La mia schiena era un incendio di dolore, ma riuscivo a muovere le gambe e le braccia.
Quell’uomo canuto mi accudì per giorni e notti, lenendo i miei dolori, combattendo la febbre che mi divorava. Nutrendomi e pulendomi quando ormai avevo la dignità di un insetto che striscia sotto le pietre umide.
Non parlò.
Mai.
Sorrideva e basta.
Sopportava con me, si faceva carico del mio dolore ogni volta che il suo vecchio corpo gracile glielo permetteva, piangeva le lacrime che i miei occhi riarsi non riuscivano a versare. Ma di notte… di notte guardava il cielo, esausto… esausto e sfiancato, ma felice. C’era felicità in quegli occhi che avevano visto trascorrere i decenni, infossati da tutto il dolore a cui aveva posto rimedio.
Fu senza preavviso che mi lasciò.
Quella mattina semplicemente non c’era. Ma io scoprii che riuscivo a rialzarmi, e che le mie membra tremanti reggevano il peso del mio corpo.
E la lama gith era di nuovo integra.
Ma più debole, proprio come me.
In quel momento capii.
Io ero la lama, e la lama era me. Se io avessi ceduto, essa si sarebbe infranta, me se io fossi diventato forte, avrebbe seguito le mie orme e recuperato il suo antico potere.
Sono passati due anni da quel giorno, ed ho capito che c’è gioia nell’aiutare incondizionatamente, farsi carico del dolore altrui per condividerlo e sopportarlo assieme. C’è felicità nella salvezza, e forza nell’unione e nella sopportazione.
Cerco la redenzione?
Forse.
O forse finalmente ho trovato il mio vero cammino: la luce, la forza, la calma, la sopportazione ed il sacrificio.
Senza nulla in cambio.
Perché non esiste gioia più grande di vedere quell’innocente stupore negli occhi di una persona che stai accudendo senza nulla chiedere in cambio.
E chissà. Forse un giorno potrò tornare da Distreen. E dare a lei ciò che quel vecchio sacerdote diede a me.
Una vita nuova e la speranza.
